Sostituzione del contratto collettivo e ipotesi di novazione oggettiva

Come ha stabilito recentemente il Tribunale di Roma Sezione Lavoro con la sentenza-armone-10143-del-2016, la sostituzione del contratto collettivo con altro meno favorevole in occasione della trasformazione del contratto di lavoro da tempo determinato a tempo indeterminato, non può di per sé costituire una novazione oggettiva ex art. 1230 c.c. (vale a dire la cessazione del vecchio rapporto obbligatorio e la sua sostituzione con il nuovo).

Il Tribunale sul punto ha infatti osservato quanto segue:

anche di recente la Cassazione ha condivisibilmente osservato, proprio con riguardo alla trasformazione di contratti a termine: “Poiché la novazione oggettiva si configura come un contratto estintivo e costitutivo di obbligazioni, caratterizzato dalla volontà di far sorgere un nuovo rapporto obbligatorio in sostituzione di quello precedente con nuove ed autonome situazioni giuridiche, di tale contratto sono elementi essenziali, oltre ai soggetti e alla causa, l’animus novandi, consistente nella inequivoca, comune intenzione di entrambe le parti di estinguere l’originaria obbligazione, sostituendola con una nuova, e l’aliquid novi, inteso come   mutamento sostanziale dell’oggetto della prestazione o del titolo del rapporto; l’esistenza di tali specifici elementi deve essere in concreto verificata dal giudice del merito (in applicazione del detto principio, la suprema corte ha cassato con rinvio la sentenza di merito che aveva ritenuto che, in presenza di contratti di lavoro a termine illegittimi, la successiva stipulazione di un contratto legittimo estingua il rapporto di lavoro venutosi a creare a seguito dell’illegittimità dei precedenti contratti a termine, senza verificare la sussistenza di specifichi elementi che permettano di ritenere che le parti, con consapevolezza della conversione del precedente rapporto, abbiano inteso costituire un nuovo rapporto di lavoro)” (Cass. civ., sez. lav., 07-01-2016, n. 78; Cass. civ., sez. lav., 11-10-2012, n. 17328).

Ciò è del resto coerente con quel consolidato indirizzo che guarda con sospetto a operazioni di tal genere, perché idonee a violare o aggirare il principio inderogabile di infrazionabilità dell’anzianità: “pur in presenza di atti di risoluzione e di riassunzione, deve ritenersi unitario il rapporto di lavoro che sia di fatto continuato senza soluzioni di continuità, se non risulta l’esistenza di un accordo novativo che sia fondato su concreti e qualificanti elementi di diversità del rapporto su aspetti oggettivi non secondari e accessori, correlati ad esigere radicalmente nuove, con conseguente esclusione di un intento fraudolento in danno del lavoratore” (cfr., “ex plurimis”, Cass. 10 ottobre 1984 n. 5074; Cass. 14 febbraio 1985 n. 1268; Cass. 19 aprile 1985 n. 2602; Cass. 21 novembre 1986 n. 6877; Cass.   22 maggio 1986 n. 3426, Cass. 7 gennaio 1988 n. 11; Cass. 9 aprile 1992 n. 4325; Cass. civ., sez. lav., 13-03-1997, n. 2227), anche quando attuate mediante la sostituzione del contratto collettivo applicabile, come avvenuto nella specie (Cass. civ., sez. lav., 08-11- 2001, n. 13834: “il passaggio ad una disciplina contrattuale collettiva parzialmente diversa, in conseguenza dell’applicazione del c.d. Regolamento organico, contenente una disciplina integrativa di quella dettata dal contratto collettivo nazionale, non costituiva una adeguata ragione giustificatrice del frazionamento del rapporto. E in effetti il miglioramento anche incisivo su base convenzionale di alcuni aspetti della regolamentazione del rapporto non può di per sé giustificare una deroga ai principi di infrazionabilità del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, tanto più quando, come nella specie è stato accertato in sede di merito, rimane identica la prestazione dovuta dal lavoratore.”).

Ne consegue che, in caso di trasformazione del rapporto di lavoro a tempo determinato in rapporto a tempo indeterminato, l’onere di fornire la prova della novazione grava sul datore di lavoro e deve essere in modo particolarmente rigoroso, poiché tali trasformazioni costituiscono un frequente strumento di compressione dei diritti dei lavoratori. Nella specie, non solo la prova non è stata fornita, ma è contrastata da elementi oggettivi che portano a ritenere fraudolenta l’operazione. Come si evince dall’intestazione del contratto e dalla comunicazione fatta alla Provincia di Roma (doc. 3), tale contratto non era altro che una trasformazione del precedente contratto a tempo determinato in   un contratto a tempo indeterminato, senza soluzione di continuità, ed è stato concluso a pochi giorni di distanza dall’entrata in vigore dell’art. 1, comma 2, d. lgs. 4 marzo 2015, n. 23, all’evidente scopo di lucrare i benefici in termini di ridotte tutele derivanti da una siffatta conversione.

Da ciò discende la nullità di tale rinuncia e la nullità parziale del contratto sottoscritto il 13 marzo 2015”.

Avv. Claudia Puleo  Avv. Emanuele De Lucia

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