L’impugnazione della rinuncia ai diritti futuri non è soggetta a termini decadenziali

Come ha stabilito recentemente il Tribunale di Roma Sezione Lavoro con la sentenza-armone-10143-del-2016, la rinuncia del lavoratore ai propri diritti nascenti da norme inderogabili è regolata dall’art. 2113 ed è pertanto annullabile, a pena di decadenza, nel termine di sei mesi ivi indicato quando tale rinuncia riguardi diritti già entrati nel patrimonio del lavoratore.

Quando invece la rinuncia riguardi diritti futuri, essa è radicalmente nulla e la relativa impugnazione non è assoggettata a termini decadenziali.

Infatti, come da tempo osserva la Cassazione, “le norme inderogabili statuenti un diritto a favore del lavoratore possono essere violate o da atto dispositivo del diritto già acquisito dal titolare, nel qual caso la rinuncia o transazione è colpita dall’invalidità comminata dal co. 1 º dell’art. 2113 cit., con relativa disciplina della decadenza nell’impugnazione, o da un atto che impedisca l’acquisizione del diritto, nel qual caso l’atto – incidente sul c.d. momento genetico del diritto stesso – è viziato da nullità assoluta a norma dell’art. 1418 1 º comma cod. civ., ed è sottratto alla disciplina posta dall’art. 2113. In sostanza l’art. 2113 cod. civ. disciplina la rinuncia ai diritti già maturati, e non riguarda la rinuncia preventiva, affetta da nullità assoluta” (Cass. 14 dicembre 1998, n. 12548); “riguardo a diritti già maturati, il negozio dispositivo integra una mera rinuncia o transazione, rispetto alla quale la dipendenza del diritto da norme inderogabili comporta, in forza dell’art. 2113 c.c., l’annullabilità dell’atto di disposizione, ma non la sua nullità; nei confronti di diritti ancora non sorti o maturati la preventiva disposizione può comportare, invece, la nullità dell’atto, poiché esso è diretto a regolamentare gli effetti del rapporto di lavoro in maniera diversa da quella fissata dalle norme di legge o di contratto collettivo” (Cass. civ., sez. lav., 26-05-2006, n. 12561).

Nella specie, il ricorrente, accettando che il suo rapporto di lavoro fosse per il futuro regolato da un contratto collettivo diverso e più sfavorevole rispetto al precedente, aveva implicitamente abdicato ai più favorevoli trattamenti economici che gli sarebbero derivati dall’applicazione del vecchio contratto collettivo e aveva dunque operato una rinuncia preventiva a tali diritti. In altri termini, il lavoratore, sia pure per mezzo del richiamo a un diverso contratto collettivo, aveva accettato per il futuro una riduzione della retribuzione, il che si pone in contrasto con il principio di irriducibilità della retribuzione, ritraibile dall’art. 2103 c.c. (Cass. n. 1421 del 23/01/2007).

Avv. Claudia Puleo   Avv. Emanuele De Lucia

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