Delibera di esclusione del socio lavoratore e licenziamento. Come impugnare

Accade frequentemente che il socio lavoratore venga licenziato con una delibera di esclusione dalla società, senza ricevere una lettera di licenziamento.

In tal caso, il socio lavoratore si trova nell’incertezza di dover impugnare la delibera di esclusione di socio con il ricorso giudiziale nel termine di 60 giorni, come previsto dall’art. 2533 c.c., oppure come licenziamento, nel doppio termine di 60, con lettera stragiudiziale, e 180 giorni, con il deposito del ricorso, come stabilito dall’art. 6 L. 604/66.

A tal proposito, la Corte di Cassazione con la sentenza 23 gennaio 2015 n. 1259, nell’esaminare un licenziamento di un socio lavoratore provocato esclusivamente dalla delibera di esclusione da socio, ma per ragioni attinenti il rapporto di lavoro e non quello societario, ha stabilito che, anche in assenza di un distinto atto di licenziamento, si applica l’art. 18 St. lav. e non l’art. 2 L. 142/2001.

In particolare, si legge in sentenza, “in seguito all’addebito di un forte diverbio con aggressione fisica con un socio di altra cooperativa, la (OMISSIS) ha deliberato l’espulsione del (OMISSIS) con conseguente automatica cessazione del relativo rapporto di lavoro subordinato intercorrente con la società – ai sensi dell’articolo 12, par. e), dello statuto sociale e dell’articolo 26, par. c) del regolamento interno – valutando il comportamento contestato come gravemente scorretto e produttivo di un grave danno all’immagine della Cooperativa e come tale idoneo a legittimare l’estromissione dalla Cooperativa”.

La Corte ha risolto la vicenda enunciando il seguente principio:

In base ad un indirizzo di questa Corte ormai consolidato, in tema di societa’ cooperativa di produzione e lavoro, se la delibera di esclusione del socio e’ fondata esclusivamente sull’intervenuto licenziamento disciplinare, alla dichiarazione della illegittimita’ del licenziamento consegue la pari illegittimita’ della delibera di esclusione del socio. Pertanto, in base alla Legge n. 142 del 2001, articolo 2 trova applicazione l’articolo 18 St.lav. Infatti tale disposizione (l’articolo 2) prevede che ai soci lavoratori di cooperativa con rapporto di lavoro subordinato si applica lo statuto dei lavoratori (Legge 20 maggio 1970, n. 300), compreso l’articolo 18 sulla reintegrazione nel posto di lavoro del lavoratore illegittimamente licenziato, salvo che venga a cessare, col rapporto di lavoro, anche quello associativo. Sicche’, qualora non si abbia che il rapporto di lavoro si sia risolto in ragione della cessazione del rapporto associativo, ma al contrario che quest’ultimo sia cessato a causa dell’intimato licenziamento del socio lavoratore, non ricorre la fattispecie eccettuata dell’indicato articolo 2 e quindi trova applicazione la disciplina ordinaria sulla reintegrazione nel posto di lavoro del lavoratore illegittimamente licenziato (vedi, per tutte: Cass. 6 agosto 2012, n. 14143; Cass. 18 marzo 2014, n. 6224; Cass. 11 agosto 2014, n. 17868).

Il suddetto indirizzo risulta applicabile anche nella specie, benche’ sia stata l’esclusione dal rapporto sociale a comportare il licenziamento, e non viceversa.

Infatti, cio’ che rileva e’ che si sia avuta l’estromissione dalla societa’, con conseguente risoluzione del rapporto di lavoro subordinato, per ragioni disciplinari e non per ragioni attinenti al rapporto societario e che tali ragioni si siano rivelate ininidonee a comportare detta estromissione, con illegittimita’ anche della risoluzione del rapporto lavorativo.

In altri termini, cio’ che conta e’ la SOSTANZA e, nella sostanza, in questo caso, cosi’ come in quello esaminato dalle suindicate sentenze, si e’ avuto un licenziamento disciplinare illegittimo. Del resto, ragionando diversamente, alla Cooperativa sarebbe sufficiente comunicare l’esclusione dal rapporto sociale (implicante la risoluzione di quello lavorativo) per sottrarsi alle conseguenze di cui all’articolo 18 St.lav., cosi’ violando quella che e’ la ragione principale della costituzione delle cooperative di produzione e lavoro, rappresentata dal permettere ai soci lavoratori di usufruire di condizioni di lavoro migliori rispetto a quelle disponibili sul mercato, sia in termini qualitativi che economici.

Ne deriva che, diversamente da quanto ritenuto dalla Corte territoriale, la presente ipotesi – al pari di tutti i casi di estromissione dalla societa’ del socio lavoratore subordinato, determinata da ragioni disciplinari con contestuale licenziamento – non rientra fra i casi in cui la Legge n. 142 cit., articolo 2 esclude l’applicabilita’ dell’articolo 18 St.lav., dovendo tale esclusione essere limitata alle ipotesi di cessazione del rapporto di lavoro derivante dalle cause di estromissione dalla societa’ previste dallo statuto per ragioni attinenti al rapporto societario (diverse da quelle che possono determinare il licenziamento disciplinare), come, ad esempio, la mancata partecipazione ad un certo numero di assemblee, l’omesso versamento della quota sociale e cosi’ via”.

La Suprema Corte ha affermato che l’atto di esclusione/licenziamento va esaminato nella sua “sostanza” perché ciò che conta è la “sostanza” e non il nomen iuris, diversamente opinando al datore di lavoro basterebbe qualificare l’atto di licenziamento come delibera di esclusione di socio, per sottrarsi all’applicazione dell’art. 18 st. lav.

Tale pronuncia è perfettamente in linea con il principio affermato in precedenza sempre dalla Corte di Cassazione secondo la quale “in tema di società cooperativa di produzione e lavoro, ove la delibera di esclusione del socio si fondi esclusivamente sull’intimato licenziamento per giusta causa, trova applicazione, in forza del rinvio operato dall’art. 2 L. 142 del 2001, l’art. 18 dello statuto dei lavoratori; ne consegue che, l’illegittimità del licenziamento comporta anche quella della delibera di esclusione del socio e il ripristino del rapporto associativo

(Corte di Cassazione, sez. lav., Sentenza 6 agosto 2012, n. 14143).

Pertanto, il lavoratore deve valutare il contenuto della lettera di esclusione/licenziamento, e se la stessa si fonda esclusivamente su ragioni attinenti il rapporto di lavoro, la deve impugnare nei termini e con le modalità previste dall’art. 6 L. 604/66, ovvero entro 60 giorni in via stragiudiziale, ed entro 180 giorni con l’introduzione della causa.

C’è però da chiedersi come debba comportarsi il lavoratore escluso/licenziato con unico provvedimento, per motivi in parte riguardanti il rapporto di lavoro e in parte riguardanti il rapporto societario. Dovrebbe proporre nei confronti dell’unico provvedimento, due distinte azioni giudiziali? Ovvero l’uno nei confronti della delibera di esclusione dalla società nel termine di 60 giorni previsto dall’art. 2533 c.c., e l’altro nei confronti del licenziamento, nel doppio termine di 60 e 180 giorni stabilito dall’art. 6 L. 604/66?

Anche su tale questione, la Corte di Cassazione fornisce una risposta precisa con l’ordinanza 21 novembre 2014, n. 24917, resa in sede di regolamento di competenza.

La questione oggetto di esame della Cassazione era il seguente:

“11. Nel caso in esame, secondo la prospettazione dei fatti di causa, risulta che il rapporto ili lavoro è stato dichiarato risolto non solo quale effetto automatico della delibera di esclusione delle socie per motivi afferenti alla prestazione mutualistica, ma “anche per un morivo a sé stante”, costituito dalla decisione aziendale di “esternalizzare le lavorazioni relative alla caduta macchina (imposition) e, quindi, di procedere, anche per tale guisa, ad una riduzione dei costi e al contenimento delle perdite”, con conseguente soppressione dei posti di lavoro già occupati dalle ricorrenti e affermata impossibilità di repechage. Due sono le concorrenti cause di risoluzione del rapporto delle socie-lavoratrici: una è l’automatica estinzione del rapporto di lavoro quale effetto della delibera di esclusione per motivi riguardanti la violazione degli obblighi statutari, l’altra è costituita da ragioni economiche riguardanti l’attività di impresa e la ravvisata opportunità aziendale di esternalizzare le funzioni in cui erano impiegate le lavoratrici. L’impugnativa della delibera e del concorrente atto di licenziamento configura un’ipotesi di connessione di cause, che determina la sussistenza della competenza del Giudice del lavoro a norma dell’art. 40, terzo comma, seconda parte, cod. proc. civ.

La Suprema Corte ha infatti stabilito che in caso di esclusione del socio lavoratore di cooperativa ai sensi della Legge 142/2001, è il giudice del lavoro che deve farsi carico della causa e giudicare quindi tanto la lite societaria, tanto quella lavoristica che sono implicate in ogni caso di risoluzione dei due contratti (appunto il contratto sociale e il contratto di lavoro), che pur compongono il complesso rapporto giuridico di cui si tratta, ai sensi della Legge 142/2001.

Le affermazioni di principio effettuate dalla Corte sono infatti suscettibili di estese applicazioni in ogni ipotesi di esclusione dalla cooperativa che sempre conduce (anche semplicemente ex lege) alla risoluzione comunque dell’ulteriore rapporto di lavoro (secondo l’art.1 comma 3 della Legge 142/2001).

La premessa di questo giusto percorso interpretativo e’ che ogni esclusione del socio-lavoratore dalla cooperativa porta sempre con sé un intreccio di questioni sostanziali (la risoluzione dei due rapporti) che si tramuta sul terreno processuale in una connessione di cause per pregiudizialità logica e giuridica. Pertanto anche impugnando soltanto l’unica delibera di esclusione la connessione (per pregiudizialità) tra l’una e l’altra questione conduce alla competenza del giudice del lavoro ex art. 40, 3° comma c.p.c. idonea ad incidere su entrambi i rapporti anche soltanto ripristinandone uno (quello associativo).

La prevalenza del giudice del lavoro, secondo la Corte di Cassazione, è un riflesso di valori sostanziali superiori che attraversano il rapporto di lavoro ricostruito nel prisma dei principi desumibili dalla Carta Costituzionale. E che sul terreno processuale consentono di attribuire all’art. 40, 3° comma c.p.c. il valore “di una regola a cui deve riconoscersi carattere generale e preminente per gli interessi di interessi di rilevanza costituzionale che la norma processuale è preordinata a garantire”.

Nella citata ordinanza, la Cassazione infatti continua ad affermare:

10.5. Nell’ipotesi di connessione tra cause aventi ad oggetto il rapporto mutualistico e quello lavorativo, opera l’art. 40, terzo comma, cod. proc. civ., che fa salva l’applicazione del rito speciale quando una di esse rientri tra quelle di cui agli artt. 409 e 442 cod. proc. civ.. Tale regola è dettata in funzione di dare preminenza ad interessi di rilevanza costituzionale e ciò spiega la prevalenza del rito speciale del lavoro su quello ordinario, allorché la connessione riguardi una controversia rientrante tra quelle previste dall’art. 409 cod. proc. civ..

10.6. Trattasi di principi che valgono anche nel nuovo contesto normativo segnato dalla legge n. 27/12, poiché il principio della vis attrattiva del rito del lavoro costituisce una regola a cui deve riconoscersi carattere generale e preminente per gli interessi di rilevanza costituzionale che la norma processuale è preordinata a garantire. In conformità a tale principio, deve provvedersi all’interpretazione della locuzione “ragioni di connessione” di cui al decreto legislativo 27 giugno 2003, n. 168, art. 3, terzo comma, nei senso che il regime della connessione, ove riferibile al cumulo di cause relative al rapporto mutualistico e al rapporto lavorativo, comporta il radicamento della competenza per le cause connesse dinanzi al giudice del lavoro.

10.7. In mancanza di una espressa deroga al principio generale della prevalenza della competenza del giudice del lavoro di cui all’art. 40, terzo comma, cod. proc. civ. e comunque in una lettura costituzionalmente orientata della nuova disciplina normativa, deve ritenersi che la nuova norma abbia introdotto ipotesi speciali di modificazione della competenza per ragioni di connessione, determinando un’attrazione a favore delle sezioni specializzate anche di cause che, se non fossero connesse a quelle di loro competenza, non sarebbero a loro attribuite, ma con il limite rappresentato dalla connessione con le cause demandate alla cognizione del giudice del lavoro, poiché in tale ipotesi torna a prevalere la speciale competenza per connessione di cui al terzo comma, seconda parte, dell’art. 40 cod. proc. civ..

La connessione delle questioni relative al rapporto sociale e lavorativo implicano che il lavoratore che si veda escluso/licenziato con un unico atto, per motivi in parte attinenti il rapporto di lavoro e in parte riguardanti il rapporto sociale, dovrà proporre un’unica azione dinanzi al Giudice del Lavoro.

E per il principio della rilevanza costituzionale delle norme sul lavoro e della loro preminenza su quelle ordinarie, deve applicarsi il termine di decadenza previsto dall’art. 6 L. 604/66, ovvero 60 giorni per l’impugnazione stragiudiziale e 180 giorni per il deposito del ricorso, anziché il termine previsto dall’art. 2533 c.c., che prevede l’impugnazione della delibera con l’immediato avvio dell’azione giudiziaria.

L’art. 6 L. 604/1966 come modificato dalla L. 92/2012 stabilisce infatti che la decadenza matura solo oltrepassato il termine dei 180 giorni dopo l’impugnativa stragiudiziale:

1. Il licenziamento deve essere impugnato a pena di decadenza entro sessanta giorni dalla ricezione della sua comunicazione in forma scritta, ovvero dalla comunicazione, anch’essa in forma scritta, dei motivi, ove non contestuale, con qualsiasi atto scritto, anche extragiudiziale, idoneo a rendere nota la volontà del lavoratore anche attraverso l’intervento dell’organizzazione sindacale diretto ad impugnare il licenziamento stesso.

2. L’impugnazione è inefficace se non è seguita, entro il successivo termine di duecentosettanta centottanta giorni, dal deposito del ricorso nella cancelleria del tribunale in funzione di giudice del lavoro (….)

Va considerato che tale termine decadenziale è stato introdotto dalla legge 183/2010, che essendo successiva all’art. 2533 c.c., ne comporta in ogni caso la disapplicazione.

Diversamente opinando si perverrebbe al paradosso di costringere il socio-lavoratore licenziato ed escluso dalla società con un unico atto, a dover proporre due distinte azioni con due diversi termini di decadenza, una per l’esclusione di socio nel termine di 60 giorni dal recesso, e l’altra nel termine di 180 giorni a seguito dell’impugnativa stragiudiziale.

Tale interpretazione è in evidente contrasto con la lettura costituzionalmente orientata dell’art. 40 co. 3 c.p.c. sottolineata dalla Suprema Corte.

Avv. Emanuele De Lucia

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