JOB ACT: VERSO UN LAVORO SENZA DIRITTO

In questi giorni l’attenzione dei media è concentrata sulle intenzioni del governo di abolire o contrarre l’operatività dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, considerato un simbolo da abbattere perché non più aderente all’attuale contesto socioeconomico.

Al di là delle opposte tesi sulla necessità o meno di un simile intervento radicale per stimolare la ripartenza dell’economia, la questione appare trattata in modo chirurgico e superficiale senza la considerazione delle ultime evoluzioni normative che riguardano il mondo del lavoro nel suo complesso .

C’è chi obietterebbe che la pluralità delle forme contrattuali non consente oggi di rappresentare la realtà lavorativa unitariamente perché ad ogni contratto corrisponde un modello di lavoro a se stante. Tuttavia, esistono forme contrattuali più ricorrenti quali il contratto di lavoro subordinato a tempo determinato e indeterminato, il lavoro a progetto e quello in somministrazione.

Se poste a confronto, tali forme contrattuali vengono solitamente valutate dalle parti contrattuali – datore di lavoro e lavoratore – in termini di garanzie di stabilità del rapporto e convenienza economica (questi sono i criteri che generalmente inducono il datore di lavoro a sceglierle e il lavoratore a valutare la convenienza della proposta lavorativa).

Se fino al 2012, la scelta del datore di lavoro tra una delle varie tipologie contrattuali implicava solitamente valutazioni notevolmente diverse in termini di convenienza, essendo molto ampie le differenze in termini di tutela e costi, successivamente tali margini si sono ampiamente ridotti.

Infatti, la nota legge Fornero (L. 92/12) ha introdotto il contratto a tempo determinato acausale – cioè con scadenza non giustificata – e oggi tale tipologia contrattuale – inizialmente prevista per il primo anno – è stata estesa a 3 anni, diventando un contratto perfettamente fungibile con quello a tempo indeterminato.

Ci si dovrebbe chiedere allora che senso abbia oggi parlare dell’abolizione dell’art. 18, o dell’introduzione del contratto di lavoro unico a tutela crescente, se già oggi ogni datore di lavoro ha la possibilità di poter valutare le capacità del lavoratore assumendolo per breve periodo, quindi senza doversi vincolare a tempo indeterminato, con facoltà di prorogare tale breve periodo per più volte.

In più l’art. 18 L. 300/70, che si applica generalmente per i lavoratori subordinati a tempo indeterminato nelle aziende con più di 15 dipendenti, è stato già depotenziato dalla legge Fornero che ha previsto la sanzione della reintegra del lavoratore ingiustamente licenziato, solo in alcune ipotesi.

Inoltre, già dal 2010, è stato reso più difficoltoso per il lavoratore, ingiustamente licenziato o con un contratto a termine illegittimo, far valere i propri diritti, essendo stati introdotti limiti temporali molto stretti per l’esercizio dell’azione giudiziaria, limiti che generalmente non sono previsti nel nostro ordinamento per la tutela di altri diritti.

Tali riforme avrebbero dovuto stimolare l’economia attraendo investimenti e favorendo l’occupazione, ma purtroppo così non è stato. Non essendoci probabilmente strade alternative, l’attuale politica prosegue su questa falsa ideologia di continuare ad abbassare le tutele del lavoro, senza neanche soffermarsi a valutare le tante pressoché inefficaci riforme del recente passato.

Avv. Emanuele De Lucia

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