Riforma del mercato del lavoro e competitività

La riforma del mercato del lavoro ha l’obiettivo di stimolare l’economia rendendo l’Italia più appetibile agli investimenti esteri e aumentare di conseguenza l’occupazione. In quest’ottica, il governo ha previsto novità che tuttavia appaiono davvero poco rilevanti.

In particolare, con riferimento ai licenziamenti, sul quale si è focalizzata l’attenzione dei media, e ai relativi profili processuali, si vuole cercare di ridurre i tempi delle cause e stabilire sanzioni più certe per il datore di lavoro soccombente, e differenziate in base alla tipologia del recesso, con previsione di tetti massimi al risarcimento del danno.

Riguardo poi alle più diffuse tipologie contrattuali diverse dal contratto subordinato a tempo indeterminato, che dovrebbe continuare ad essere la tipologia contrattuale “comune” – quantomeno sulla carta – ci sono interventi di segno opposto, per cui da un lato, ad esempio, si allargano le maglie delle assunzioni a tempo determinato, dall’altro si stringono per le collaborazioni con partita iva, che soggiacciono alla presunzione di collaborazione a progetto se ricorrono alcune circostanze, quale avere una postazione fissa presso il committente.

Questo è sicuramente il motivo per cui queste novità viste nell’insieme non possono ricondursi ad alcuna parte politica o ideologia, e non trovano riscontro tra le parti sociali dell’una e dell’altra sponda, e ciò è indubbiamente uno dei pochi fattori positivi del ddl.

Ma in ogni caso c’è da chiedersi se una riforma “ordinaria” possa ritenersi sufficiente per l’obiettivo che intende perseguire, se si considera che andrà ad inserirsi in un contesto non di normalità ma di emergenza. E la risposta non può che essere negativa.

Ciò per il semplice motivo che non si stanno affrontando le ragioni che spingono le imprese a investire all’estero, ovvvero l’alto costo del lavoro, l’elevata tassazione, il peso degli adempimenti, le difficoltà dell’accesso al credito, i ritardati pagamenti da parte dello Stato, le inadeguate presunzioni degli studi di settore, tutte circostanze che rendono il prodotto italiano poco competitivo (la delocalizzazione della Fiat ne è un chiaro esempio).

Avv. Emanuele De Lucia

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