L’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, ultimo pilastro tra le macerie

In questi giorni si dibatte sull’ipotesi ventilata dal Ministro del Lavoro Elsa Fornero, ma subito dopo smentita, di abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, che tutela il lavoratore del settore privato dal licenziamento illegittimo garantendogli di essere reintegrato nel posto di lavoro, o a scelta di ricevere in sostituzione un’indennità.

Tale norma non ha una portata generale perché si applica solo ai lavoratori alle dipendenze di imprese che occupano più di 15 dipendenti: per tutti gli altri non c’è una forma di tutela analoga. Inoltre, i lavoratori destinatari della tutela reale negli ultimi tempi sono in continua diminuzione e il trend non dovrebbe cambiare, stante la fase recessiva che tende a far diminuire il numero delle imprese che posseggono il requisito dimensionale.

L’applicazione della norma è stata inoltre contrastata, direttamente o indirettamente, dal legislatore con una serie di interventi normativi, in particolare con il D. Lgs. 368/2003 e la L. 183/2010.

Il D. Lgs. 276/2003 ha consentito a molte imprese di eludere l’applicazione della tutela reale sfruttando le nuove tipologie contrattuali, in particolare il contratto a progetto e il contratto di lavoro somministrato, al fine di mascherare ordinari rapporti di lavoro subordinato. Il legislatore ha anche previsto che se il contratto è stato preventivamente certificato, il giudice non può nemmeno verificarne la legittimità (art. 30 L. 183/2010 e D. Lgs. 251/2004).

Inoltre, l’art. 32 L. 183/2010 obbliga il lavoratore che ha impugnato il licenziamento ad agire in giudizio entro il termine breve di 270 giorni dall’impugnativa, pena la perdita del diritto; e l’art. 30 L. 183/2010 consente di inserire già in contratto, le ipotesi giustificative dell’eventuale licenziamento, seppur con l’assistenza di una commissione di certificazione.

I citati tentativi del legislatore di limitare l’operatività della tutela reale apprestata dall’art. 18, rientrano nel ben più vasto obiettivo di comprimere le garanzie del lavoratore; si pensi ad esempio alla forfetizzazione del risarcimento per i contratti a termine da 2,5 a 12 mensilità; all’introduzione del termine di 60 giorni dalla scadenza contrattuale per impugnare i contratti a termine, a progetto, di lavoro somministrato, con l’ulteriore termine  dei successivi 270 giorni per agire in giudizio, pena la perdita del diritto stesso; all’introduzione del pagamento di un contributo unificato per ricorrere in giudizio per chi è possessore di un reddito lordo di poco più superiore ai 30 mila euro (L. 183/2010).

Il progressivo e incontrastato smantellamento del diritto del lavoro, nel cui ambito l’art. 18 appare oggi un pilastro tra le macerie, è passato pressoché sotto silenzio, in un clima di generale e desolante rassegnazione; un lungo torpore che sembra essere stato bruscamente interrotto dalle recenti dichiarazioni del ministro Fornero.

Tuttavia, le reazioni in favore della sopravvivenza della norma, appaiono quasi tutte legate a nostalgici conati ideologici, piuttosto che alla consapevolezza della necessità di una seria revisione dell’attuale assetto normativo volto  al recupero della tutela in favore della parte più debole, che nel frattempo è andata persa.

Tirando le somme, infatti, il lavoratore risulta allo stato la parte meno tutelata del rapporto, ma c’è da rallegrarsi perché il ministro Fornero ha smentito l’intenzione del governo di voler riformare l’art. 18. Per molti allora si potrà spegnere la luce e rimettersi a dormire….

                                                Avv. Emanuele De Lucia

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